O d’amarti o morire, intervista a Francesca Guercio

Eppure comincio a pensare che se c’è qualcosa che si può imparare da questa storia è che quando vi tocca un destino siete tenuti a sorbirvelo fino in fondo”.

Esce oggi il romanzo d’esordio di Francesca Guercio, O d’amarti o morire, pubblicato da Alessandro Polidoro editore. La protagonista sceglie di mettere fine alla sua vita buttandosi nel vuoto del Grand Canyon, complice la pausa pipì di un viaggio organizzato. Ciò che induce la protagonista al suo folle gesto è una storia d’amore, durata sette anni, con un uomo, sposato, che ad un certo punto smette di rispondere alle sue chiamate e pone fine al loro rapporto. Ma per una sorta di legge del contrappasso, la donna che avrebbe voluto passare tutta la sua vita accanto a quest’uomo, ora lo farà da spirito, lo seguirà in tutto e per tutto, conoscendolo in tutti i suoi anfratti, per lo meno fino a quando non verrà richiamata dai “piani alti”. Registri linguisti differenti, una storia che si spacca fra l’ironia, la comicità e le lunghe riflessioni che ci portano dritti al cuore della protagonista, divisa fra sentimenti che non può esprimere e una forte passione. Francesca Guercio ha accettato di rispondere alle mie domande, in cui ho voluto, in qualche modo, entrare ancora di più nel suo universo, lei che da sua madre ha imparato a raccontare la sfiga con grande sarcasmo.

D: Nel tuo romanzo la protagonista parla moltissimo dell’amore che prova per Lui (addirittura
con la L maiuscola), un uomo sposato con il quale ha avuto una relazione durata 7 anni, dalla quale
aveva delle aspettative alte e impossibili. Ma non c’è solo questo. Nel tuo libro c’è anche una presa
di coscienza di ciò che è stato e che arriva, ora, dopo aver compiuto quel salto nel vuoto. Se oggi
guardi al tuo romanzo, nel suo complesso, dove pensi stia davvero quell’amore che definisci “un
arnese buffo”? In quale dettaglio della tua storia hai voluto metterlo?

R: L’uso della elle maiuscola per designare Lui non intende magnificarne la figura, anche se in
un punto la protagonista ironizza sulla voluttà di gratificazione che potrebbe riceverne il suo
Narcisetto, Adoncino d’amor. Si tratta di un espediente narrativo per eludere la rivelazione del
nome di battesimo senza assegnargliene uno di fantasia. Naturalmente è una scelta ironica, eppure
grazie alla tua domanda mi rendo conto di quanto a questa ironia pertenga il significato originario
di “dissimulazione”. Una dissimulazione vereconda, probabilmente. Alla quale la protagonista si
trova costretta, più o meno consapevolmente, da un giudizio interiore. Me lo rivela sentirti
affermare senza dubbi che le aspettative della protagonista erano «alte e impossibili». Ciò significa
che, scorrendo la storia, a un lettore può apparire evidente l’inattuabilità del progetto di dare forma
stabile alla relazione amorosa con un uomo come quello descritto. Eppure alla protagonista questa
inattuabilità non è chiara. Mai.
Quando sceglie di lanciarsi nel Grand Canyon lo fa perché non riesce più a sostenere il dolore
che prova non perché ha davvero capito che con lui è chiusa e che è chiusa perché, semplicemente,
non è mai stata aperta. Cosa che, almeno a te, è apparsa subito evidente. Quindi lei dissimula, fino
all’ultimo: ovvero fino al post-mortem. Si sente talmente responsabile della vita di quell’uomo che
non vuole tradirlo. E vengo alle tue domande. L’amore è un “arnese buffo” perché assume la forma
di chi lo adopera. In O d’amarti o morire l’amore è in questa impossibilità della protagonista di
vedere e riconoscere ciò che a chiunque altro può sembrare manifesto e incontrovertibile. In questo
senso, l’amore è ovunque. È nei teatranti che credono nel proprio mestiere e, perfino,
nell’affettazione con cui lo incarnano; è nel sindaco del paesotto pugliese compreso del proprio
ruolo istituzionale; è nella semplicità naïve di Tatjana; nella commovente tenuta della moglie di Lui,
che giorno dopo giorno sceglie di rimanere; nella ruvida autarchia di Mara; nella tenera
sopravvivenza dei personaggi del centro anziani. È, addirittura, nella coerenza di Lui a quel progetto
di sé nel quale è andato strutturandosi. Un progetto di cui il romanzo mette in luce l’aberrazione,
certo, e che dovrà essere sgretolato affinché gli si riveli il valore dell’ascolto dell’altro, ma che lui
stesso subisce un po’ suo malgrado; perdendosi l’esperienza della compassione. L’amore, dopo
tutto, è nella pena delle azioni quotidiane che tutti compiamo e che parrebbe talora irragionevole
per l’inanità dello sforzo, considerato l’epilogo. Che per la mia protagonista, però, è solo l’inizio.

D: La tua protagonista dice che ha spesso gli incubi che hanno a che fare con l’invisibilità, non
ha voce se chiede aiuto, nessuno sembra vederla. Tu hai un sogno ricorrente?
R: Ho un luogo onirico ricorrente: l’androne e la tromba delle scale del palazzo dove vivono i
miei genitori e dove sono cresciuta. Ci succede di tutto, in quel posto, nel corso dei miei sogni. La
trama cambia, lo spazio resta. Comunque fino a questa intervista sono sempre stata visibile e dotata
di voce, vediamo cosa mi succederà questa notte dopo averlo confessato.

D: Il personaggio di Lui è denotato da un forte individualismo. È uno stakanovista del tradimento,
non si lascia scappare un’occasione di insidiare una donna e non lascerà mai la donna che ha
sposato, per non dover ricominciare e assecondare le richieste che una nuova compagna porterebbe
con sé. L’essere umano, però, forse è sempre più individualista. Il periodo che stiamo vivendo ci sta mettendo a dura prova, sta azzerando le nostre relazioni interpersonali. Dove sta, per te, l’antidoto
a tutto questo, se c’è?

R: Il mondo contemporaneo insiste ormai a ogni livello sull’esacerbare il conflitto tra polarità.
Ogni espressione di senso è creata per contrapposizione piuttosto che per argomentazione. Si è
“pro” o “contro” qualcosa. E questo azzera il dialogo, che a me sembra un antidoto potentissimo.
Per di più l’accentuazione dell’individualismo è aggravata da eventi sociali minacciosi che hanno
ricadute sconquassanti nelle dinamiche private. Le pratiche comunitarie attualmente in uso sono
inadeguate al conseguimento del benessere: lo provano il disagio endemico e l’infelicità crescente.
Ma la cosa peggiore, per come la vedo io, è che per quanto concerne la ricerca d’una salvazione
individuale i rimedi sembrano peggiori del male.
Sul web si moltiplica l’offerta di risposte semplici, che parlano di individuare la propria mission
nella vita o di acquisire una identità positiva. Insinuando nelle persone la certezza che la sofferenza
che avvertono nasce da una deficienza personale; da una “identità negativa”. Perché alla fine la vita
è tutta questione di problem solving. Se non hai le skill, qualcuno pronto a insegnarti come acquisirle
c’è!
Quella contemporanea, del resto, è la civiltà delle cose e della fretta. I media accolgono negli
spazi pubblicitari messaggi non fraintendibili. Ogni raffreddore, ogni mal di schiena, ogni disturbo
gastrico non sono altro che triste congiunture per guastarci l’appuntamento con il partner, una
partita a tennis, l’aperitivo con gli amici. Basta mandar giù una pasticchetta e la vita riacquisterà il
suo senso.
Fino alla prossima ricaduta.
Già, perché le panacee, come tutte le bugie, hanno le gambe corte.
Forse, allora, gran parte delle scelte esistenziali si gioca sul filo di una distinzione. Quella tra cura
e guarigione. La nostra ambizione dovrebbe sempre più essere di prenderci cura della guarigione
piuttosto che di guarire.
Il Novecento è stato il secolo della psicanalisi, il Terzo Millennio richiede un salto di tonalità nella
ricerca. Filosofia e spiritualità sembrano i linguaggi più idonei ad affrontare una quotidianità in cui
l’indagine passi dallo scavo interiore, dall’affondo nell’inconscio, a una domanda di relazione con
l’altro da noi: uomo, animale, elemento di natura…
L’antidoto, ancora, è passare dall’individualismo all’individuazione di sé nell’essere-con.

D: A proposito di questo, la tua storia parla a tutte quelle donne che hanno ipotecato il proprio
destino per seguire una storia d’amore dettata dall’invisibilità e impossibilità. Lo fai con la giusta
dose di ironia, malizia e consapevolezza. Ma la tua protagonista confessa la sua fragilità, i sentimenti
che non può esprimere, l’affetto che deve ricacciare indietro, le delusioni. Con il suo gesto pensava
di aver interrotto il legame con lui e invece è “invischiata più che mai”; per lei “quando vi tocca un
destino siete tenuti a sorbirvelo fino in fondo”. Se le donne “sollevano pesi”, in che modo possono
disfarsene?

R: Per come la vedo io, le donne hanno un limite enorme: sono fortissime. Possono sopportare
fardelli smisurati; fisici, emotivi, mentali. Generalizzo, naturalmente, e le generalizzazioni non
rispondono che in minima parte ai quesiti. Però l’esperienza empirica dimostra come le donne
riescano a stare su molti fronti contemporaneamente; a ricordarsi del fatto che in frigo c’è la
mozzarella che sta per scadere e che forse è il caso di inventarsi un timballo per cena, mentre
scrivono un saggio sull’analisi storico-linguistica dei primi testi in volgare. Per dire. Questo consuma
una quantità immensa di energie, che quasi nessun uomo ha a disposizione. Per questo gli uomini o fanno carriera al lavoro o si occupano dei figli. Insisto: sto generalizzando, eh. Ci sono debite
eccezioni a questa mia considerazione, sia tra le donne sia tra gli uomini.
Ora, a me sembra che un buon modo per disfarsi dei pesi sia in primo luogo riconoscerli – e
esaminarne tutte le componenti, che non sono tutte “negative” – e in secondo luogo parlarne,
comunicare. Con gli uomini, soprattutto.
La protagonista di O d’amarti o morire si è imbattuta in un uomo completamente incapace
d’ascolto, per questo non c’è relazione. E appunto lei lamenta il fatto che non le sia stata concessa
l’occasione di fare con lui pratica di quotidianità. Ma quando il rapporto c’è, quando un uomo al
fianco di una donna c’è, trovare il modo di parlare è la via migliore per percorrere la strada accanto,
per migliorarsi reciprocamente e per procedere secondo criteri di solidarietà.
Sono una consulente filosofica e le vicende che raccolgo in seduta, depurate dalle circostanze
particolari, finiscono tutte per dipanarsi lungo un filo rosso pressoché invariato. Le donne sollevano
pesi e a un certo punto sbottano. Peraltro, in qualche modo, disprezzano gli uomini. Perché sentono
che le proprie attitudini all’ascolto, alla cura, all’ubiquità mentale hanno un valore notevole; e se
nei partner non le ritrovano o, sotto sotto, li ritengono dei cretini pure quando vincono il Nobel per
aver scoperto un esopianeta in orbita attorno a una stella solare oppure pensano che lo facciano
apposta.
Invece non è così: semplicemente, abbiamo processi mentali differenti. Tanto, tanto differenti.
E questo è un bene. È un modo in cui la Natura ha provveduto alla conservazione della specie. Perciò,
mi ripeto, anche sul piano dei rapporti donna/uomo, l’essere-con è la risposta. Se troviamo il modo
di comunicare con chiarezza i nostri bisogni, le nostre delusioni, perfino le nostre rabbie e se questa
comunicazione è reciproca scopriremo i vantaggi della diversità. Cosicché, poco alla volta,
potremmo finalmente ridurla, dal momento che in un mondo in cui l’evoluzione tecnologica non
richiede più che il maschio vada fuori a caccia e la femmina rimanga nella caverna ad accudire la
prole è perentoriamente ora di lavorare all’evoluzione sentimentale! La Natura non c’entra più
nulla, ora la questione è politica.

D: Hai detto che tua madre ti ha insegnato a raccontare la sfiga usando il sarcasmo, anche se
certe volte fa male, e ti chiedi se ciò che diciamo ha attinenza con ciò che siamo? Dov’è Francesca
Guercio in queste due verità?

R: Ti sembrano due verità? Ah, come davvero adoro essere in dialogo con l’altro! Quante
certezze sgretolo ogni volta che parlo a mente e a cuore aperti con qualcuno. Per me non c’è
soluzione di continuità tra un modo e l’altro di manifestazione di me nel mondo. Ti direi che
Francesca Guercio è nei fatti della sua vita e nelle risposte che – qui e ora perché sono sempre in
cammino e, quindi, plausibilmente in mutazione – sta dando ai fatti con il suo carattere. Francesca
è, anche, nelle scelte che compie. Nelle scelte del fare, nelle scelte dell’essere, nelle scelte del
narrare.
Prendi la mia vita di studio e professionale. Ho iniziato a studiare recitazione a quattordici anni,
ho debuttato a diciassette, a ventitré mi sono laureata in Lettere con il massimo dei voti, ho fatto
ricerca all’università, ho lavorato in un call center, ho fatto la segretaria, ho lavorato nella redazione
di riviste scientifiche e divulgative, sono tornata a fare teatro, ho insegnato in laboratori di
formazione, ho frequentato un master in consulenza filosofica ed esercito questa professione con
una gioia immensa. Sono fatti. Posso raccontarli dicendo che la mia esistenza è stata una meraviglia
di esperienze, incontri, crescita culturale, umana, spirituale. O posso raccontarli dicendo che sono
stata estromessa in malo modo da contesti ai quali avevo dato l’anima, che non ho mai trovato una
stabilità economica, che indosso vestiti di trent’anni fa, che vado in giro con un’utilitaria vecchissima
e scassata dalla quale devo scendere dal lato passeggero perché la chiusura si è rotta e non ho i soldi
per ripararla, che mi è capitato spesso di essere stata truffata da persone che non mi hanno pagato

i lavori svolti e che, addirittura, poiché in un caso ho reso pubblici i nomi di queste persone, mi sono
ritrovata con una denuncia per diffamazione. Entrambe le versioni sono vere e rimango in attinenza
con entrambe. Io sono, adesso, in quei fatti; e sono in quelle due, possibili e ugualmente legittime,
narrazioni; e sono nelle risposte che ho elaborato per quei fatti. Sono nel mio dovere esercitarmi
continuamente sul terreno del perdono, che richiede di essere ricontrattato settanta volte sette e
che mi trova, a volte, proprio recalcitrante. Nel mio essere diventata sensibile all’ascolto degli altri,
alle loro mancanze. Seguo gratuitamente o per un compenso irrisorio molte persone, come
consulente filosofica. Più di quante potrei permettermi se guardassi alle necessità delle bollette per
le utenze domestiche. Ma se una persona chiede aiuto la mia risposta è sì.
Francesca oggi è, in molta parte, in quel sì. Nella scelta e nella fatica di dirlo. Nel rammarico che
le giornate durino solo ventiquattro ore e qualche no bisogna dirlo per mancanza effettiva di tempo.
E nel piacere di raccontare le cose ridendoci su, anche quando fa male.
Se poi questo racconto strappa una risata a qualcuno, sono proprio contenta.

Ringrazio Francesca Guercio per la disponibilità e tutta la redazione di Alessandro Polidoro editore per la collaborazione.


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