Quella volta in cui Van Gogh mi ha aiutato

Quella volta in cui Van Gogh mi ha aiutato

Quando mi hanno ricoverata in ospedale per la prima volta, in borsa, avevo La vedova Van Gogh di Camilo Sànchez. Un ricovero improvviso. La tratteniamo per monitorare la situazione, finchè non si stabilizzerà non potrà tornare a casa. Che fare? Ansia, tristezza, tutti sentimenti che ho provato in un miscuglio difficile da mandare giù. In quella stanza ero da sola.

Nei giorni scorsi è uscito “Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità”, l’ultimo di Julian Schnabel. Con Van Gogh ho un rapporto particolare, mi ricorda un pezzo di vita. Ho imparato a conoscerlo, a conoscere i suoi luoghi negli anni in cui, ogni sei mesi, andavo in Olanda. Anche se la sua maturità artistica arriva in quegli spazi colorati, aperti, soleggiati della Francia. Così ho deciso di andare al cinema.

Nel film, Van Gogh è in preda alle sue ossessioni. La sua visione della realtà è distorta, una parte di schermo non è a fuoco. E anche se le sue ossessioni non vengono rappresentate, non c’è necessariamente la loro narrazione, la concentrazione di chi guarda il film resta su Vincent Van Gogh, sui suoi occhi, su ciò che lentamente (invece) mette a fuoco e trasformerà nei soggetti dei suoi quadri.
Van Gogh è Van Gogh. Non poteva essere altrimenti.
“Ricordo una cosa che ha detto e resterà indimenticabile: “Se ogni stile fosse una vita, Van Gogh avrebbe vissuto almeno otto vite in un decennio solo”.
Merita una visita il Van Gogh Museum di Amsterdam, in cui c’è una fotografia ingrandita (se non ricordo male, dovrebbe essere l’unica) in cui è stato immortalato Vincent Van Gogh. La stanza raffigurata nel celebre quadro “La camera di Vincent Van Gogh ad Arles”, oggi si può visitare. Una stanza spoglia come doveva essere allora: un letto, un tavolino, alcune sedie. Niente a che vedere con la “mia” stanza d’ospedale, in cui la porta resta socchiusa, le infermiere vanno e vengono, in cui il tempo non passa mai. Van Gogh chiese di poter dipingere. Io di poter leggere.
Quando il 17 aprile del 1889 Johanna Bonger sposò Theo Van Gogh, il fratello di Vincent, non credo avesse percezione di come sarebbe andata la sua vita. La sua storia è quella che ha scelto di raccontare Camilo Sanchèz nel libro “La vedova Van Gogh”, Marcos y Marcos. Vincent Van Gogh, in vita, non riuscì a sfondare, diremmo oggi. I suoi quadri non si vendevano, non vi riusciva neanche il fratello Theo, mercante d’arte. Tuttavia quando Johanna rimase vedova, tornò in Olanda e si fece spedire i quadri del cognato rimasti a Parigi. Con loro anche le lettere. Fu una donna anticonformista. Con carattere, un’identità precisa e la voglia di contraddistinguersi. Studiò, lavorò nella biblioteca del British Museum a Londra e si battè perchè i quadri di Vincent Van Gogh potessero essere apprezzati, e soprattutto capiti. Aprì una locanda, racconta Sànchez, in cui crebbe suo figlio Vincent, in cui appese alle pareti i quadri di quello zio scomparso a soli 37 anni, ma che aveva intuito avrebbe lasciato la soglia in cui restò per tutta la vita. Pronta a contrattare con uomini d’affari, a leggere tutto d’un fiato le lettere private custodite dal cognato, Johanna volle far uscire dai confini della propria abitazione i quadri, i disegni, gli schizzi di un uomo turbolento.
“I quadri riflettono un uomo che si trova, furioso e altero, sospeso sull’abisso di se stesso. Nella penombra guardo i cipressi della sera e continuo a vedere Van Gogh che lascia cadere la frustata letale di ogni pennellata. Un certo modo di muovere il braccio, il polso, tanta rabbia trattenuta nel blu, un malessere angosciante nell’accesa gravità dei gialli, i vermiglioni piegati dal peso stesso della loro incandescenza”.
E ci riuscì. I tempi inevitabilmente cambiarono e dopo una prima mostra “sponsorizzata” ancora una volta da una donna (!), ne seguiranno altre, fino a restituire a quel pittore dimenticato, il sogno di un’arte senza confini.
Poi dall’ospedale sono uscita due giorni dopo, le cose hanno preso pieghe ulteriormente imprevedibili. O forse no. Il destino che gira in tondo. Il libro finito in un giorno. La prodigiosa forza delle parole che Camilo Sànchez ha sottolineato. Luce che si incendia, così Paul Gauguin definì la pittura di Vincent Van Gogh, la natura vista dai suoi occhi, forse ciò che ha cercato di fare anche Schnabel, che con la telecamera ci ha aiutato ad entrare nel mito.

La vedova Van Gogh di Camilo Sànchez, Marcos y Marcos, trasuzione di F. Conte.

Recensione a cura di Paola Zoppi.

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Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi

Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi

Vivian Maier scattava un rullino al giorno. Con la sua Rolleiflex appesa al collo coglieva attimi dei quali si disinteressava subito dopo. Nessun rullino fu sviluppato durante tutta la sua vita. Morì a 83 anni. Era una sete che doveva saziare, che la spingeva ogni giorno ad uscire di casa, a cercare un contatto con gli altri, restandosene sempre a debita distanza, senza fare in modo che ci fosse alcuno scambio fra lei e gli altri. Tuttavia gli altri le interessavano particolarmente. Un’anima sola, dentro ad una stanza sarebbe impazzita, Vivian Maier aveva bisogno di uscire, camminare, incontrare altre vite, che con la sua macchina fotografica fermava nel tempo. Non riusciva a fare a meno di invadere l’intimità degli altri, anche solo con lo sguardo, perchè scandagliare la vita degli altri le faceva avvertire meno gravoso il peso della sua solitudine. La fotografia, dice, è l’unica medicina che conosce al male di vivere. La sua Rolleiflex era un ponte che gettava verso gli altri, ambiva ad un contatto che poteva permettersi dietro alla lente della sua macchina fotografica. Una volta che l’immagine che aveva catturato la sua attenzione era stata impressa per sempre, dimenticava le sue fotografie.

Si trascinava interi scatoloni pieni di rullini, li ammassava nella sua stanza, sempre debitamente chiusa a chiave, perchè nessuno potesse metterci piede, perchè potesse curiosare fra le sue cose, perchè potesse capire qualcosa di lei. Gli scatoloni si sommarono a tanti altri, lungo tutta l’esistenza fino ad essere abbandonati in un garage. Se non fosse stato per John Maloof che acquistò all’asta per poco meno di 400 dollari il contenuto di quel garage, e una volta sviluppato il primo rullino aver colto il genio di Vivian Maier, e averlo messo a disposizione di tutti, oggi, forse non sapremmo nulla di quella donna schiva che ha oltrepassato il tempo, apparentemente senza aver lasciato traccia di sè.

Nata alla fine degli anni Venti in una famiglia complicata, divisa, traumatica, Vivian Maier cresce con una madre che si disinteressa di lei, in un nucleo famigliare contraddistinto dall’abbandono: la madre abbandona il fratello di Vivian, la nonna abbandonerà sua madre, e l’amica della nonna, che la accudirà durante la sua infanzia, (una fotografa apprezzata) a sua volta aveva avuto un figlio che non aveva voluto tenere con sè. Francesca Diotallevi sottolinea come i rullini stessi possono essere interpretati come dei figli che Vivian Maier ha accudito per tutta la vita, ma che alla fine, come se fosse un incatensimo che non si può spezzare li ha abbandonati. Forse alla luce dei traumi subiti durante l’infanzia, scelse di fare la tata per farsi carico dell’infanzia dei bambini che le venivano affidati, il suo dovere era difenderli nell’età più fragile, perchè nessuno aveva difeso lei. A confermare i sospetti di Francesca Diotallevi, che sottolinea come la Maier non si fosse legata a nessun uomo, un’intervista in cui una delle bambine accudite dalla fotografa raccontò un episodio accaduto: “Si era seduta sulle ginocchia di Vivian e lei le disse di fare attenzione ad avere lo stesso atteggiamento con un uomo, sedersi sulle ginocchia di un uomo, di non sottovalutare la situazione. Questo mi ha fatto pensare che forse qualcosa doveva essere accaduto”.

Dopo soli tre mesi dall’uscita il nuovo romanzo di Francesca Diotallevi, Dai tuoi occhi solamente, edito da Neri Pozza è andato in ristampa cinque volte. Un successo editoriale. In un recente post su Fb, Francesca Diotallevi ha risposto ad un’intervista di Elle con un racconto, partendo dalla figura di un’altra fotografa, la genovese Lisetta Carmi e la fotografa stessa in un’intervista dichiarò “io fotografo per capire”; nel libro di Diotallevi, Frank Warren il datore di lavoro – immaginato dall’autrice – di Vivian Maier, aspirate scrittore, paragona spesso fotografia e scrittura, e mi sono chiesta se anche uno scrittore possa essere spinto a scrivere per capire meglio, se stesso, gli altri. Josè Eduardo Agualusa dice di scrivere perchè vuole sapere come vanno a finire le sue storie. Di certo, Dai tuoi occhi solamente, affascina per una scelta misurata di parole che restituiscono quel riflesso di vita caro a Vivian Maier.

#surlaliste: 12 libri da mettere sotto l’albero!

#surlaliste: 12 libri da mettere sotto l’albero!

Autori in vetta: parte il conto alla rovescia!

Autori in vetta: parte il conto alla rovescia!

Legandosi indissolubilmente alla montagna, va a battesimo a Courmayeur la nuova manifestazione culturale della Biblioteca di Courmayeur, diretta e coordinata da Paola Zoppi, dal titolo “AUTORI IN VETTA – per autentici booklovers”. Sulla scia del successo di “Una valanga di libri”, sempre firmata da Paola Zoppi, la nuova rassegna presenta importanti novità.
Il palinsesto culturale propone 13 appuntamenti, distribuiti nei mesi invernali a partire dal 29 dicembre 2018 fino a metà marzo 2019, che vedranno autori dai successi editoriali presentare le proprie opere attraverso formule sempre più coinvolgenti.

“Ho voluto pensare ad una serie di eventi che abbraccino un ampio bacino di utenti, tipologie di lettori diversi – spiega il direttore artistico, Paola Zoppi – La formula scelta è quella delle presentazioni di novità editoriali alle quali si affiancano eventi culturali unici nel loro genere: reading con musica, personal book shopper e due laboratori per bambini”.

Nomi importanti della letteratura contemporanea come Maurizio De Giovanni, Diego De Silva e Francesca Diotallevi per citarne alcuni e il fotografo Guido Harari, insieme a tanti altri, si avvicenderanno nella Sala dei volumi storici della Biblioteca di Courmayeur e nella sala conferenze della Fondazione Courmayeur Mont-Blanc.

“Siamo grati delle collaborazioni ottenute, che consentono al progetto di far interagire sempre di più le diverse realtà dislocate nel territorio di Courmayeur, come il Centro Servizi Courmayeur e la Fondazione Courmayeur – prosegue Paola Zoppi – e allo stesso tempo permettono di coinvolgere il centro storico della cittadina attraverso diverse occasioni programmate. In particolare faccio riferimento ai due appuntamenti di grande attrazione con il maestro del noir Maurizio De Giovanni (23 febbraio) e il brillante e poliedrico Diego De Silva (16 marzo)”.

Si comincerà sabato 29 dicembre, alle 18, in biblioteca. A Francesca Diotallevi il piacere di inaugurare la rassegna. Autrice cara alla Valle d’Aosta in cui ha ambientato il suo precedente libro, Diotallevi presenta “Dai tuoi occhi solamente”, nuovo romanzo che a solo cinque giorni dall’uscita è andato in ristampa. Nel periodo natalizio seguono altri due eventi: giovedì 3 gennaio 2019, a partire dalle 16.30, Valentina Berengo e Gioia Lovison, attendono il pubblico in biblioteca per fare da vere e proprie personal book shopper, guidando gli utenti nella scelta del libro ideale in base alle esigenze e curiosità di quest’ultimo. Si passa poi a sabato 5 gennaio, alle 18, in biblioteca, con Luca Ricci protagonista di una reading del suo ultimo romanzo “Trascurate Milano” accompagnato da Maria Teresa Tanzilli, voce dei Virginia Words, che ha composto le musiche per l’occasione.

Noir, montagna, sentimenti e rapporti umani sono gli ingredienti principali delle novità che verranno presentate a Courmayeur: “Sono soddisfatta del programma, tredici eventi preziosi dedicati ai lettori, ai booklovers, ma anche ai lettori distratti, che possono scoprire Courmayeur sotto un altro punto di vista, quello culturale, reso speciale dall’incontro vis-à-vis con gli autori”, conclude Paola Zoppi.

Per tutte le informazioni consultare la pagina Fb di Autori in vetta.

Nasce la pagina di Autori in vetta

Nasce la pagina di Autori in vetta

Nasce la pagina Fb dedicata al festivsl Autori in vetta promosso dalla Biblioteca di Courmayeur e diretto da me (Paola Zoppi).

Sarà un’edizione speciale, quella di questo inverno, un’edizione che vedrà arrivare a Courmayeur grandi scrittori contemporanei per raccontarci le loro novità editoriali. Sarà un’edizione che vedrà affiancarsi alla Biblioteca di Courmayeur, realtà importanti come il Centro Servizi Courmayeur e Fondazione Courmayeur Mont Blanc.
Proprio per questo abbiamo voluto fare una lunga riflessione con i nostri partner riguardo al titolo della rassegna. Abbiamo deciso di seguire un filone di eventi partito questa estate e di far fare un passo in avanti alla nostra rassegna, che da Una valanga di libri prenderà il nome di Autori in vetta. Legandoci ancora di più alla montagna, certi di un riscontro sempre più grande di pubblico per una rassegna che si appresta a diventare un appuntamento fisso a Courmayeur. Pertanto un ringraziamento speciale va all’Amministrazione comunale e alla Commissione Biblioteca per la rinnovata fiducia.
Sarà un’edizione speciale sotto tutti i punti di vista e il mio invito è di seguirci per scoprire al più presto il programma della prossima edizione!

Sonno bianco di Stefano Corbetta

Sonno bianco di Stefano Corbetta

Febbraio 2005, il destino delle gemelle Bianca ed Emma scambia le loro carte. Durante una gita scolastica, in una sosta all’autogrill, una pallina rossa sfugge dalle mani di Emma e rotola per strada, un camion travolge Emma, ma è Bianca che facendole da scudo, finisce in un letto d’ospedale e sprofonda in un lungo sonno bianco. Othie e Oth, i soprannomi che si erano attribuite, declinazioni della parola Other, altro. Io e l’altro, come titolava una raccolta di racconti fantastici sul doppio. La vita di Emma prosegue come se guardasse Bianca in uno specchio. Anche se lei sta dormendo, mentre lei continua a camminare per strada, con una gamba zoppicante, quasi un monito che le ricorda ciò che è accaduto.
“Nel ritratto: vide una bambina dalla bocca sottile, le braccia lungo il corpo, i piedi uniti su uno sfondo di alberi dalle fronde spesse e la striscia azzurra di un fiume che si perdeva tra le colline. La luce si addensava come miele, le ombre si allungavano e diventavano più scure. “È molto bello sai?, le aveva detto suo padre […] Forse una gamba è un po’ più corta dell’altra, ma è un disegno molto bello”. […] Ancora non sapeva che il destino stava cercando di parlare. Alucni anni dopo quel particolare avrebbe abbandonato il grande foglio di carta per fissarsi nella sua carne come qualcosa che aveva sempre saputo e che non avrebbe mai più potuto cancellare”.
Nove anni dopo la vita della famiglia Vergani è al capolinea. La madre si allontana sempre di più dai propri famigliari, il suo senso di colpa nell’aver accettato di mandare le proprie figlie in gita scolastica, quando lei proprio non se lo sentiva e sarebbe voluta andare con loro, non se lo perdonerà mai. La decisione fu di Enrico, che voleva approfittare dell’assenza delle figlie per trascorrere due giorni in intimità con la moglie. Valeria incolperà lui e se stessa per tutti i giorni che resteranno. Enrico è un uomo che vede piccoli tasselli della sua vita andare in frantumi. Con la moglie incomunicabilità è la parola d’ordine. Con Emma è a metà strada fra l’indifferenza e l’accondiscendenza. Le donne della sua vita se ne stanno andando e lui non sa che pesci pigliare. Fare i conti con la realtà, nonostante siano trascorsi nove anni, non è cosa per tutti. Sicuramente non per Enrico che sogna di riportare indietro il nastro della sua vita.
Al centro del romanzo di Stefano Corbetta, Sonno bianco, che esce oggi, 27 settembre, per Hacca Edizioni, non c’è tristezza, ma una forte determinazione. Autodeterminazione è quella di Emma, una ragazza forte che frequenta il liceo artistico, che sente attraverso quella gamba zoppicante tutte le emozioni che l’attraversano, che fa da baby sitter a Mattia e che grazie alle lezioni di musica conosce Léon, il ragazzo con il quale pulisce i sentimenti dalla corruzione del mondo. Emma però si sente inadeguata e confonde se stessa con Bianca, la gemella della quale insegue i sogni e i desideri. È come se Emma capisse che un primo uragano ha distrutto la sua famiglia, ma che con l’assenza si possono ristabilire gli equilibri che mancano.
Così Emma si intestardisce pur di creare una frattura nella sua famiglia. Fa un provino per entrare nella compagnia di teatro stabile della sua scuola. La prendono e lei vacilla. Seguire i corsi e preparare gli spettacoli significa anche assentarsi da casa per diverse settimane, significa assentarsi da Bianca. Ma Bianca, inconsapevolmente, ha fatto piombare tutti nel suo sonno bianco.
“Sogno Bianca quasi tutte le notti su quel letto. Ha ragione mia madre: tutti noi siamo dentro di lei, dei pezzi di noi sono rimasti incastrati in quel corpo e non possiamo farci niente”.
Bianca è una lenta evocazione di ciò che è stato. Di ciò che non ci potrà essere. Di ciò che dovrà accadere. Su di lei i medici decideranno di provare nuove tecniche di riabilitazione per capire se e quanta coscienza ci possa essere in quel sonno bianco.
“Mentire era una cosa che non aveva calcolato. Più tempo sarebbe trascorso, più avrebbe dovuto cercare di camuffare le sue uscite per andare alle prove, ma sperava che quando sarebbero arrivate le prime date dello spettacolo, loro avrebbero capito. Cosa rendeva le sue bugie diverse da quelle di sua madre?”
Allora qualcosa deve accadere perchè mentire non serve a nessuno, questo Emma l’ha capito. Nulla è più complicato della sincerità, diceva Pirandello. Ha mentito una prima volta e non è stato piacevole, ma quando scopre che la menzogna si è insinuata nella vita dei Vergani allora il suo senso di smarrimento, la sua delusione, la sua voglia di venirne fuori urla forte, fortissimo. Emma è forte, più di tutti gli altri e ha capito che è sull’assenza che si gioca l’ultima partita. Tutti diamo per scontato ciò che abbiamo, non possiamo negarlo, come non possiamo negare che quando perdiamo qualcuno o qualcosa a cui teniamo, cogliamo il vero valore che ciò aveva per noi. Questo accade ai Vergani. Corbetta gioca sull’assenza tutto quello che resta di una famiglia. Ad ognuno di loro viene data la possibilità di invertire la rotta, e riavvolgendo la matassa, si ritroveranno ognuno di fronte all’altro con in mano ciascuna estremità. Una scrittura potente, che racconta l’universo umano, che non ha altri strumenti da usare se non comprendere il significato di vivere.

Esce oggi, 27 settembre, in libreria.

Sonno bianco, Stefano Corbetta, Hacca Edizioni.

Si ringrazia Hacca Edizioni per la gentile collaborazione.

Quando sarai nel vento di Gianfranco Di Fiore

Quando sarai nel vento di Gianfranco Di Fiore

Quando sarai nel vento è una malinconia necessaria. Guardare in un passato in cui non si riesce a trovare il conforto necessario per impossessarsi del futuro è un’indagine aperta. Abele sceglie di lasciare il Cilento per trasferirsi sulle montagne abruzzesi. Qui ascolta i venti, ma mette a tacere tutto ciò che ha a che fare con se stesso. C’è troppo rumore intorno a lui. L’Aquila è un paesaggio lunare fatto di pietre e poco altro. In cui l’assenza è tutto ciò che si può toccare e per Abele questo caos infinito che si distende intorno a lui è un linguaggio che non vuole imparare. L’Aquila è un terremoto che assomiglia troppo a quello che sente dentro di lui. La vita ad Assergi, a pochi chilometri dal capoluogo abruzzese, è ciò che gli serve per non dubitare di se stesso e niente possono risolvere le pastiglie di ecstasy, giusto assentarsi qualche minuto dal mondo, a nulla serve la follia dei vicini e padroni di casa, gli Hensel, che tramutano il passato in una farsa in cui rimanere invischiati diventa troppo facile. Insiste Abele nel creare fratture, prendere le distanze, lavare, con il sapone che sa di alghe, ogni macchia apparentemente indelebile. Il vento parla con costanza ad Abele e riporta fra le sue mani una cartolina che viene dal passato, il padre che non ha mai conosciuto vive in Argentina. Sarà sempre il vento a spingere la discussione dei sentimenti, oltre i confini di Abele e Marlena. Per il protagonista arriva la resa dei conti: un uomo alle soglie della maturità, in preda ai suoi terremoti, parte per il Sudamerica senza orientamento e in cerca di un’identità in formazione. Quella che sta plasmando attraverso mappe sconosciute, tracciate da sua madre, inviate via fax e che svicolano da una sindrome di Asperger che stritola i pensieri.

Cosa può provocare un abbandono se a lasciarci sono le nostre stesse radici? Dove potremmo andare se la porta di casa si fosse chiusa, senza soluzione, alle nostre spalle, con le nostre chiavi all’interno? L’aereo scende su una Buenos Aires notturna e in quei giorni tutto sarà più chiaro. Gli incontri con gli ambientalisti con le tute bianche, siglati WW che inneggiano alle poesie di Walt Whitman, i diari del padre abbandonati in una vecchia soffitta di un albergo, l’amore carnale, doloroso e ostentato per Marlena, apriranno ad Abele uno scenario pronto alla dissolvenza. Un linguaggio dettato dai colori, un omaggio a Kieslowski, come ha dichiarato l’autore, ci aiuterà ad addentarci fra l’annullamento, le ferite, la consapevolezza e una certa disperazione.
Il vento, che Abele ha imparato ad ascoltare, ha smesso di soffiare, i bollettini ci aggiornano su un mondo in cui niente si muove, c’è un’incomunicabilità di fondo con se stessi, tanto che il vento tornerà a soffiare solo quando il cerchio si sarà chiuso.
Quando sarai nel vento è una trappola, è il suono di un uomo pronto, alla fine, ad addentrarsi nella vita. Figlio di musicisti, Gianfranco Di Fiore, affida alla musica universali punti di vista su noi stessi: una formazione che ci regala un intenso percorso a ritroso, una nuova rinascita che ognuno di noi si troverà a fare.